L'odio genera odio
È una frase che risuona diversamente quando la si è vista all'opera, non solo in televisione o sui libri.
Sono stato testimone di come l'odio non sia solo un sentimento astratto, ma un meccanismo brutale di distruzione.
Nel 2000 sono stato in Etiopia.
Ho visto coi miei occhi i camion caricare i giovani affamati dai villaggi più poveri: partivano numerosi con la promessa di un pasto al giorno per essere mandati a morire nel conflitto con l'Eritrea.
Di questi, pochi tornavano e quelli che tornavano spesso erano mutilati e costretti a mendicare.
Nel 2010 sono stato a Timor Est.
La guerra civile era finita da poco più di un anno.
Un mio amico sacerdote si è visto consegnare tutti i bambini di un intero villaggio perché li proteggesse e lui li ha presi e li ha portati nella giungla per due settimane.
Quando sono tornati i militanti se ne erano andati lasciando i bambini orfani e i corpi degli abitanti selvaggiamente straziati a colpi di machete.
Nel 2018 sono stato a Gerusalemme.
Nessun conflitto in corso, ma l'odio era tangibile.
In pieno centro, tra le viuzze, alzo lo sguardo e vedo una recinzione sovrastata dal filo spinato e due guardiole con guardie armate. Chiedo alla mia guida: "C'è un carcere qui in centro?" "No," mi risponde, "è una scuola materna israeliana. Le costruiscono apposta nei quartieri palestinesi per esasperare gli abitanti e costringerli ad andarsene".
Tornato a casa, non ho mai dimenticato quelle immagini di morte, distruzione e violenza sottile.
E poi penso a stasera.
In Consiglio Comunale ci si attaccava parlando di pace.
E il nobile intento dell'ordine del giorno si è perso in un fumo di attacchi personali, risposte sarcastiche e ricostruzioni storiche più o meno fantasiose.
La priorità non era più la strage di civili, ma l'urgenza patetica di sostenere la propria parte, trasformando la discussione in una sterile battibecco politico.
Se in un piccolo consiglio di un piccolo comune della Pianura Padana non riusciamo a mettere da parte le nostre bandiere per un'ora, se preferiamo discussioni sterili pur di difendere la fazione — anche quando l'argomento è chiedere la fine di un massacro — come possiamo criticare chi usa i razzi e i fucili?
L'odio si insinua così: quando la nostra fedeltà a una parte supera la nostra compassione per l'umanità. Quando replichiamo, con le parole velenose del sarcasmo, la stessa dinamica di separazione e distruzione che stiamo condannando.
La pace non è un grande trattato firmato lontano. La pace è la nostra capacità di fare un passo indietro qui, ora, e di far prevalere la decenza umana sulla militanza di parte.
Solo così potremo iniziare a costruire una "pace disarmata e disarmante, umile e perseverante".
Fortunatamente, alla fine, si è arrivati all'approvazione di un documento importante.
Un piccolo tassello che la nostra piccola comunità dona, per la costruzione di un mondo migliore.

Commenti