Come in uno specchio



Zway-Addis Abeba son 4 ore e mezza di macchina. Gli italiani durante la guerra han fatto un gran lavoro qui, a partire dalle strade asfaltate. Un asfalto che è rimasto ancora oggi in alcuni tratti sulla grande strada che taglia l'Etiopia da nord a sud.
Il resto è polvere, sassi, terra arida.
Una mucca ci guarda passare: riesco a contarle le costole; il pastore la segue a piedi e la sferza per farla muovere. Sorride. Anche a lui si contano le costole.

Rallentiamo. Alcuni sassi in fila sbarrano la nostra corsia: sta per passare un treno; il camion che ci precede li evita, quasi senza frenare, facendo una incauta chicane. Il carico di stracci che porta ondeggia pericolosamente da una parte all'altra sballottando le persone che ci viaggiano sopra.
Li sorpassiamo mentre ci salutano.

Il sole è alto. Come tutte le mattine un temporale rinfrescato per mezz'ora le crepe della terra dura del deserto etiope. Alcuni alberi e delle capanne di fango coprono le sagome nere e arrotondate delle montagne all'orizzonte della terra piatta. Qualcuno cammina sul ciglio della strada. Il camion si ferma e lo fa salire.

Luigi guida veloce il land cruiser sicuro sulla strada piena di buche. Vive qui ormai da 4 anni con sua moglie Chiara. Han dedicato la loro vita ai meno fortunati. E' di Ferrara, come me, e insieme stiamo andando nella capitale x comprare un po' di cibo, medicinali, attrezzi e un bidet. La casa dei volontari della missione di Zway ha davvero tutti i comfort.

Infila una cassetta nel mangianastri e parte 'Extraterrestre'. Gli vengono i brividi. Mi racconta della canzone, del significato dell'extraterrestre, della fuga dalla vita di tutti i giorni, della ricerca di qualcosa che non c'è. Mi esprime tutta la sua stima per quest'uomo che ha toccato il fondo, ma che è riuscito a risalire. Sentiamo pezzi come 'Musica ribelle', 'Le ragazze di osaka', 'Amore diverso'.
Un uomo che ha toccato il fondo ci parla qui, nel fondo dell'umanità.

Mentre si susseguono i pezzi, ci accoglie il macello di Addis Abeba con una montagna di ossa alta trenta metri e gli avvoltoi che la sorvolano in cerchio. Baracche di fango e lamiera, strade polverose, un gran viavai di persone, rottami ambulanti, moto scarburate, carretti ciondolanti, animali pelle e ossa.
Un gruppo di bambini corre a fianco al fuoristrada. Son tutti scalzi . I più grandi sono vestiti di stracci a brandelli. I piccoli nemmeno quelli. Un ragazzo senza una gamba ci fa parcheggiare. Luigi gli dice qualcosa ma io sto fissando un uomo talmente magro da avere le gambe grosse come un mio braccio. E' accasciato al suolo. Tutti lo ignorano. A gurdar bene se ne vede uno in ogni angolo. Entriamo nel negozio: è arrivato il nostro bidet.

Finardi l'ho conosciuto così. Avevo appena scoperto il blues, la musica nera americana e di lì il rock degli Zeppelin per arrivare ai Jethro tull.
E per me non esisteva altra musica. Avevo quasi ignorato Luigi quando mi raccontava la storia del cantante, le sue difficoltà con la droga, l'abbandono, la disintossicazione e la rinascita. E non davo conto ai testi che mi citava. Annuivo e continuavo a pensare alla mia musica.

Sono passati 12 anni.

Non so come nè perché nè quando di preciso... ma ho riascoltato quelle canzoni. Le stesse che ascoltavo nel cuore del corno d'Africa, ma che solo ora riesco a "sentire".
Poesie. Pensieri pesanti come macigni che solo chi ha toccato il fondo riesce a dire con tanta naturalezza.

Devo ringraziare Luigi per questo.
Oggi vive ancora in Etiopia. Ma ad Addis Abeba. Con Chiara dirige il progetto 'ragazzi di strada' per il recupero dei giovani e degli orfani della capitale. Hanno adottato un bimbo etiope e continuano a dedicare la loro vita ai meno fortunati.

A chi non ha niente ma ti riesce a regalare tutto.


"L'amore sai per avere valore
non può essere soltanto di poche ore
tu che ti sai dare e veramente amare
quando troverai il vero amore
lo saprai tenere
Come un bel fiore tu lo innaffierai
nella tua dolce terra lo trapianterai
e li germoglierà e poi sboccerà
e non lo perderai mai"

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